Se li conosci, li eviti

Negli ultimi tempi mi sono bullata di aver talmente affinato il mio gusto da incappare sempre più raramente in delusioni letterario-cinematografiche. Ma evidentemente il karma mi ha punito. Inauguro dunque una nuova rubrica: se li conosci, li eviti. In questo caso da evitare come la peste sono un film e due libri.

 


IL FILM: THE TITAN

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Protagonista di questo film Netflix è Taylor Schilling, aka la Piper di Orange is the new black. Forse l’ultima stagione della serie esce più tardi rispetto al solito (a luglio, anziché a giugno) perché la Schilling era impegnata sul set di The Titan: “No, mi dispiace ma in quanto schiava di Netflix devo girare prima questo film orripilante”. Il fatto è che tantissime produzioni Netflix sono fatte coi piedi: si tratta di film e serie girate probabilmente col mero scopo di riempire la piattaforma, dando l’illusione che vi sia una vasta scelta. Immagino si conti anche sulla pigrizia delle persone, che per non ricorrere allo streaming o per mancanza di alternative, guardano comunque i film targati Netflix pur sapendo che potrebbero essere delle ciofeche.

Diciamo che la mia scelta di vedere The Titan è stata motivata da questa ragione. Inoltre il film appartiene al filone fantascientifico, uno dei miei preferiti, e la trama non mi sembrava così velenosa all’apparenza, seppur sapesse di già visto: la Terra fa schifo, dobbiamo trovare un nuovo pianeta, ma è inospitale!, ok, formiamo un super team di gente incredibilmente brava e bella e modifichiamoli geneticamente così che possano resistere alle intemperie del pianeta (da qui in poi inizio con gli spoiler, tanto voglio sperare che non vediate mai questo film). Peccato che i membri del team in realtà vengano sottoposti a un esperimento che mischia il loro DNA (credo, perché il film al riguardo è piuttosto confuso) con quello di animali come i pipistrelli. Il risultato è che gli unici due che sopravvivono diventano come il gatto adottato da Rachel in Friends:

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Sono uguali, dai

E questo è un esperimento della NATO eh. Condotto dal classico scienziato pazzo e dalla sua assistente, che come al solito in questo genere di film indossa pantaloni color kaki e camicie col collo alla coreana per sottolineare didascalicamente il suo status da studiosa. Invece il personaggio della Schilling sta in tute pigiamose tutto il tempo (quando non lo passa a sgranare esageratamente gli occhi). Tra il pessimo fitting fatto all’attrice, il ritmo lentissimo e la trama sconclusionata ma ripetitiva (gente che vomita e poi muore, vomita e poi muore) il film risulta in due parole terribilmente imbarazzante.


LIBRI: LE RISPOSTE e L’ASSASSINIO DI FLORENCE NIGHTINGALE SHORE

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Le risposte
di Catherine Lacey è finora il libro più brutto letto quest’anno. L’ho comprato essenzialmente perché attirata dalla trama sui generis: Mary è una trentenne di New York senza una lira e piena di debiti, afflitta inoltre da alcuni mali apparentemente incurabili. Messa alle strette, accetta un lavoro come fidanzata fittizia dell’attore Kurt Sky. No, non ci troviamo di fronte a una commedia romantica dove i due si innamorano nonostante la messa in scena; Kurt infatti non ha assoldato solo Mary, ma tutta una gamma di fidanzate per condurre un esperimento sull’amore e il suo significato. Intrigante, no?

No. L’esperimento passa spesso in secondo piano rispetto alle “profonde” elucubrazioni di Mary, consistenti di solito in frasi degne di un Harmony: “Quanto è pericoloso amare, come ti stravolge dall’interno, cambia tutte le serrature e perde tutte le chiavi”. Ma anche quando lo studio sull’amore torna alla ribalta non è che le riflessioni diventino più acute, tutt’altro. L’autrice del libro non fa che porsi domande che l’umanità si pone dalla notte dai tempi: perché l’amore finisce? Come facciamo a capire quando siamo innamorati? E così via (spoiler: non dà nessuna risposta al riguardo. Il titolo del libro è una truffa!!!). Inoltre si capisce che la Lacey intendeva rimandare al lettore una sensazione di alienamento, ma ci prova così tanto da far risultare i personaggi e le loro vicende inautentiche e forzate; ad esempio a Mary capitano tutte le disgrazie del mondo, sembra quasi di vedere una puntata di Tredici.

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L’assassinio di Florence Nightingale Shore
invece non ha guadagnato il primo posto di libro più brutto finora solo perché, nonostante i suoi difetti, non mi ha irritato quanto Le risposte. Inoltre si tratta di un guilty pleasure che si denuncia abbastanza palesemente come tale: infatti l’obiettivo dell’autrice Jessica Fellowes era quello di scrivere un giallo intrigante ambientandolo in una cornice alla Downtown Abbey.

Però la trama oscilla un po’ troppo dal secondo lato, tanto che a volte te lo scordi che c’è un delitto da risolvere, ed è quello dell’infermiera Nightingale Shore, realmente avvenuto nel 1920 su un treno diretto a Brighton. Nel libro l’indagine sull’omicidio viene descritta dalla Fellowes con piglio didattico (sembra quasi che ti dica “lettore questo è un indizio capito?! Okkio!”) e diverse inesattezze (un esempio su tutti: personaggi dipinti prima come felici ma che nella riga dopo diventano inspiegabilmente pensierosi e/o depressi). In due parole lo definirei “giallo da ombrellone”, stile La verità sul caso Harry Quebert.

 

 

 

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