3 Documentari su Netflix che sono meglio di un film

Dopo i documentari Netflix sulla moda, è il turno dei documentari che raccontano una storia ovviamente vera ma che non stonerebbe in un film. Genere conosciuto anche come “documentari che mi fanno raggiungere il Nirvana”.

STRIKE A POSE


Questo documentario apprezzatissimo dalla critica ritrova sei dei sette ballerini che nel 1990 comparvero nel Blonde Ambition Tour di Madonna. Nonostante mostri i ballerini come sono ora (e perlopiù sono disincantati e malinconici), attraverso i loro ricordi e le immagini di repertorio è facile rintracciare il fermento di quegli anni: la maggior parte dei ragazzi proveniva infatti dalla scena del Vogueing (il ballo portato al successo da Madonna nel videoclip di Vogue) e insomma, ci sarebbe da fare un film anche solo su quel sottobosco di slip dress, brulichio culturale e sostanze non proprio legali. O una serie TV, come ha fatto Ryan Murphy con Pose.

Ma Strike a pose sottolinea anche un altro aspetto rappresentativo dei primi anni ’90, ovvero la crescente libertà d’espressione sul sesso sicuro e il coming out: in questo discorso Madonna ha avuto un ruolo di spicco, anche grazie ai suoi 7 samurai-ballerini, i quali erano tutti gay meno uno (sebbene emerga che li abbia un po’ strumentalizzati). Non vivo certo in una caverna, ma è tramite questo documentario che mi sono resa pienamente conto di quanto la schiettezza di Madonna sia stata illuminante per molte persone, all’epoca. Risultato: alla fine avevo nostalgia di un tempo che non ho mai vissuto. Se un documentario riesce a darti quest’effetto, significa che schifo non fa.


WEINER


Ecco, a proposito di schiettezza, il documentario sul politico Anthony Weiner cade proprio a fagiolo. All’inizio del film vengono mostrati alcuni interventi fatti da Weiner in TV o al Congresso, e sebbene si tratti solo di pochi minuti sono rimasta impressionata: parlava in un modo che non ho mai visto fare a nessun altro politico. Era estremamente persuasivo, sardonico ma allo stesso tempo appassionato. E schietto, appunto. Peccato che lo sia stato eccessivamente, come quando ha preso la bella abitudine di mandare delle dick pic a svariate donne (su questo argomento poi ci sarebbe da fare un altro documentario. Perché alcuni uomini sentono il bisogno di inviare dick pic non richieste?). Weiner cade in disgrazia, ma come spesso accade – soprattutto negli USA – risorge come una fenice dalle ceneri e si candida a sindaco di New York, forte dei sondaggi e del sostegno di sempre più persone. Ah, il sogno americano non delude mai.

Gli uomini invece sì. Perché proprio quando Weiner sembra andare alla grande, i rigurgiti del suo scandalo riescono fuori, travolgendo nuovamente lui e la sua famiglia. Questa è grosse righe la storia su cui si concentra il documentario, ma io aggiungo un succosissimo extra avvenuto in seguito: se volete prendervela con una persona specifica per via di Trump presidente – oltre a Trump, ovvio -, allora vi fornisco un capro espiatorio. Prima delle elezioni presidenziali venne aperta un’inchiesta federale su Weiner, perché aveva indirizzato del sexting anche a una 15enne. Fu sequestrato il suo pc, su cui si trovavano le famigerate email di Hillary Clinton inoltrate a Huma Abedin, suo braccio destro nonché moglie di Weiner, perché quest’ultimo le stampasse a casa. Il resto è storia; e ditemi se non è una storia da film.


ICARUS


Vedere Icarus, premiato come miglior documentario agli ultimi Oscar, è come provare un costante déjà vu e allo stesso tempo un jamais vu, ossia l’incapacità di riconoscere una situazione familiare: perché sebbene il documentario presenti molti cliché da film di spionaggio, è quasi difficile credere a quello che si dipana sullo schermo, cioè che la Russia ha sempre e sistematicamente dopato i propri atleti. In qualsiasi disciplina. E in qualsiasi manifestazione. Da molti, molti decenni.

Il documentario, scritto, diretto e interpretato da Bryan Fogel (a sinistra nella foto in alto) inizialmente doveva dimostrare come fosse facile doparsi e barare in alcune gare sportive. Ma quando Fogel ha contattato Grigory Rodchenkov (a destra nella foto), ormai ex direttore del laboratorio nazionale Russo anti-doping, la storia ha preso tutt’altra direzione grazie alle rivelazioni dello scienziato. Da lì è iniziato un carosello di aerei presi di nascosto, Fbi e Fsb appostati fuori dalle porte, minacce, sparizioni, accuse e tante altre cosette che mi facevano quasi saltare sul divano.

 

 

 

 

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