La recensione di Ocean’s 8: un caso da manuale di “adagiamento sugli allori”

Non sono contraria per principio a saghe cinematografiche “maschie” rivisitate al femminile. La mia posizione al riguardo è riassumibile così: “se il film funziona, perché no?”. Il problema è che Ocean’s 8, sequel e spin-off della trilogia Ocean’s, non funziona granché.

Trama: Debbie (Sandra Bullock), sorella del famigerato Danny Ocean, è appena uscita di prigione ma ha già in mente un piano epocale: fare un colpo al Met Gala con un gruppo di squinzie truffaldine come lei.

Sono una grande fan della trilogia Ocean’s diretta da Steven Soderbergh: è che quando mi metti di fronte a film dall’allure sofisticata basati su truffe, rapine, colpi (i cosiddetti caper movie) sono felice come una trota in un lago cristallino, una mucca nelle valli altoatesine, insomma ci siamo capiti. Soderbergh, poi, è un regista che ama spaziare nei vari generi con cognizione di causa; non si limita “solo” a giocare con essi sciorinandone con padronanza i cliché, ma li accompagna a storie gustose,  di spessore e dalla forte identità.

Il cast di Ocean’s 8 col fiato sospeso mentre legge la mia recensione

Invece l’Ocean’s 8 diretto da Gary Ross è tutto il contrario: in due parole, risulta piattissimo. Strano, penserete voi, con un super cast del genere! Infatti nel film, oltre a Sandra Bullock, figurano Cate Blanchett, Rihanna, Helena Bonham Carter e tante altre ancora. Ebbene, anche la loro presenza è parte del problema, dato che le attrici si limitano, semplicemente, a essere presenti. Ci troviamo di fronte a un classico esempio di “adagiamento* sugli allori”, dove in questo caso si pensa che il pubblico, per rimanere appagato, si accontenti:

a) della novità riguardante la rivisitazione al femminile

b) dell’attrice famosa in quanto tale. Meglio ancora se questa indossa una veste un po’ stravagante rispetto al solito (nel nostro caso una Rihanna hacker coi rasta, o una Cate Blanchett corredata di completi anni ’70 di velluto). Solo che sotto il vestito non c’è poi molto altro, dato che tutti i personaggi di Ocean’s 8 mancano di caratterizzazione e approfondimenti. In breve sullo schermo non ci godiamo “personaggio X che fa una cosa X”, bensì osserviamo “Sandra Bullock/Sarah Paulson/Anne Hathaway fare una cosa X”.

E il più delle volte questa cosa X è elettrizzante quanto una visita dall’osteopata. Già, perché il colpo al Met Gala fila liscio come l’olio: mai vista una rapina cinematografica del genere. I pochi impedimenti non sono veri impedimenti, tanto più che vengono risolti in una maniera così scema, ma così scema (dico solo: tizio del Met amante dei cani), che ci si aspetta quasi compaia sullo schermo la scritta “sospensione dell’incredulità ON”. Insulsa anche la storia d’amore e vendetta tra Debbie Ocean e il suo ex, la quale sembra urlare “dobbiamo bacchettare gli uomini brutti e cattivi perché è un film al femminile”.

Alla fine Ocean’s 8, oltre a cavalcare questa moda, serve più che altro come probabile anello di congiunzione tra la trilogia di Soderbergh e un nuovo, quinto capitolo in cui si uniranno la banda capitanata dalla Bullock e quella di George Clooney (perché non ci crede nessuno che è morto). Soderbergh torna tu alla regia e fai qualcosa di buono, ché ti devi pure riscattare da quella masterclass sulla noia che è Logan Lucky.

 

*Sì, il termine “adagiamento” esiste.

 

 

 

 

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3 pensieri su “La recensione di Ocean’s 8: un caso da manuale di “adagiamento sugli allori”

  1. Se ti va di rifarti la bocca dopo questa visione deludente, ti raccomando ad occhi chiusi il film che ho visto ieri, Bent – Polizia criminale: quello è tutt’altro che piatto, anzi è adrenalina allo stato puro! 🙂

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