Consigli di lettura: L’educazione di Tara Westover

Riguardo ai mormoni possiedo una serie di informazioni vaghe e variegate: so che in America hanno fondato la città di Salt Lake City, che alcuni di loro praticano la poligamia, e infine so che Stephenie Meyer, autrice della saga di Twilight, è una mormona (esatto, mentre avevamo 15 anni e impazzivamo per quel briccone di un vampiro, ci sorbivamo anche un libro cripto-mormone).

Nel cominciare L’educazione di Tara Westover, in cui l’autrice descrive la sua gioventù in una famiglia di mormoni, pensavo che avrei avuto finalmente una panoramica sulla loro religione, e in parte è stato così. Ma occorre specificare che i genitori della protagonista sono innanzitutto un caso raro in quanto mormoni fondamentalisti, e che i traumi inflitti a Tara dal padre e dal fratello Shawn sono da attribuire a un loro comportamento di base violento e manipolatore, il quale influenzava i precetti mormoni seguiti in famiglia, e non viceversa.

IL CORPO

La violenza fisica imperversa soprattutto nella prima parte del libro: per moltissime pagine Tara sciorina una collezione di gambe rotte e bruciate, ossa che sporgono dalla pelle, incidenti automobilistici, cadute da altezze inenarrabili, cecità, falangi perdute. Una bottega degli orrori famigliare. Già, perché quasi tutti gli incidenti descritti sono provocati dalla noncuranza del padre di Tara, possessore di una discarica in cui fa lavorare i figli senza protezioni di alcuna sorta, e soprattutto possessore di una fede incrollabile in Dio: se non sei morto, ma ti sei fatto soltanto male, vuol dire che Dio ti ha protetto. Il padre sembra mettere sistematicamente in pericolo la sua progenie per dimostrare quest’assioma; mi sembrava quasi di leggere la cronaca di un esperimento morboso da parte di uno scienziato in fissa col Frankenstein di Mary Shelley.


LA PAROLA

Prima non ho usato il termine “cronaca” a caso, dato che non solo nella prima metà, ma in generale in tutto il libro, la Westover sembra registrare e fissare gli eventi su pagina, piuttosto che raccontarli: dopotutto per scrivere L’educazione ha attinto in larga parte dai diari che teneva da adolescente. Nonostante questo, non ho avuto l’impressione di aver letto un resoconto piatto, bensì una testimonianza rotonda, completa di tutte le sfumature possibili (come i sentimenti odierni di Tara nei confronti della sua famiglia). Le vicissitudini narrate dall’autrice starebbero in piedi anche da sole perché dotate di un fascino innegabile – e infatti era difficile posare il libro -, ma costituiscono comunque una superficie descrittiva che ribolle continuamente come lava e che finisce per eruttare le riflessioni lucide e impietose della Westover (non so da dove mi sia uscita questa similitudine vulcanica). Il suo è uno stile evocativo che riesce a essere tale senza virtuosismi; un po’ lo stile che vorrei avere anche io. Dunque, se c’è qualche mormone all’ascolto che vuole adottarmi per me ok, magari è un primo passo per imparare a scrivere come Tara Westover.

PS: Non leggete L’educazione se soffrite di ulcera perché fa arrabbiare terribilmente.

PPS: se vi piace il genere, vi consiglio di vedere il documentario Going Clear o il film The Glass Castle.

 

 

 

 

 

 

 

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