Manhunt: Unabomber, la recensione

All’apparenza Manhunt: Unabomber sembrerebbe una serie con tutte le carte in regola per essere chiacchierata: in primo luogo racconta la storia vera dell’Unabomber americano, interpretato dal bravo Paul Bettany, al quale dà la caccia un Sam Worthington nei panni dell’agente FBI James Fitzgerald. Quindi oltre alla trama promettente ci sono anche degli attori mediamente famosi; ultimo ma non meno importante, la serie si trova su Netflix (sinonimo di garanzia per molti), sebbene nasca originariamente come creatura di Discovery Channel.

Eppure non l’ho sentita pubblicizzare quasi per niente in giro, né dai siti che seguo né dalle persone che conosco. Quindi me la sono presa un po’ a cuore, perché sono figlia di mio padre e spesso ho simpatia per i più deboli (frase che dice sempre per spiegare perché è diventato della Lazio). A parte gli scherzi, la storia mi ispirava molto ed ero curiosa di capire se oltre a questo ci fosse qualcosa di più, se insomma Manhunt: Unabomber fosse una perla nascosta o una ciofeca conclamata. Diciamo che il mio spirito d’avventura è stato ripagato a metà, come vado a illustrare coi seguenti pro e contro.

PRO

La trama effettivamente è il pezzo forte della serie, nonché il motivo per cui mi sento di consigliarla nonostante i difetti che elencherò dopo. Di solito le ricerche di criminali pericolosi ma inafferrabili generano un certo coinvolgimento, e quella riguardante l’Unabomber Ted Kaczynski non fa eccezione, tanto più che risulta particolarmente spiazzante: Kaczynski ha ucciso 3 persone e ne ha ferite più di 20 tramite dei pacchi bomba, il tutto agendo indisturbato dal ’78 al ’95 perché di lui si sapeva poco o nulla… almeno finché non ha preteso la pubblicazione sui giornali del proprio Manifesto. In questo bizzarro scritto Unabomber si scaglia contro la tecnologia e le macchine, colpevoli di aver reso l’uomo nient’altro che un loro schiavo lobotomizzato. Se vi ricorda qualcosa, siete nel giusto: Chuck Palahniuk riporta interi passi del Manifesto nel suo libro Fight Club (ora sapete chi incolpare per tutti gli stati di Facebook inneggianti a Tyler Durden) mentre i fratelli Wachowski vi hanno tratto ispirazione per Matrix.

Paul Bettany in Manhunt: Unabomber (2017)
Paul Bettany nei panni di Ted Kaczynski

Le conseguenze della pubblicazione del Manifesto hanno portato inoltre all’arresto di Kaczynski (suo fratello ne riconobbe lo stile di scrittura) nonché all’applicazione della linguistica forense, arma a doppio taglio di Manhunt: Unabomber. Infatti, se da un lato è molto appassionante seguire il profiler James Fitzgerald nei suoi sforzi per analizzare e cavare qualcosa dal sistema linguistico di Unabomber, dall’altro…


CONTRO

…dall’altro questo stratagemma viene eccessivamente romanzato. Come è ribadito MOLTE volte nella serie, all’epoca dei fatti l’analisi del linguaggio era considerata la sorellina un po’ sfigata, estrosa e intellettualoide dei dati materiali (DNA, impronte, ecc.). Così per diverse puntate vediamo Fitzgerald venire dileggiato, punzecchiato, mortificato, vilipeso dai suoi colleghi e superiori che non capiscono di stare di fronte al Detentore della Verità Vera su Unabomber; questo contrasto viene talmente amplificato da risultare, oltre che fastidioso, inverosimile (quale è, del resto, solo che una serie non dovrebbe sbatterti la cruda realtà in faccia). Senza contare che la genialità incompresa di Fitzgerald si manifesta più che altro nella seguente maniera: il nostro agente si sta arrovellando da ben mezz’ora su un’annosa questione? Ebbene, ecco arrivare un altro personaggio che pronuncia al riguardo una parola illuminante e capace di bloccare Fitzgerald nello stesso stato di Andreotti quando si sentì male in diretta tv.


In definitiva, Manhunt: Unabomber è una serie con cui si passano delle dignitosissime ore di svago, ma di certo non è un capolavoro: direi che la sua tipologia di intrattenimento è di fascia media. È troppo curata per essere inserita tra le serie TV di infimo livello, e allo stesso tempo risulta troppo “televisiva” e didascalica per essere considerata davvero di qualità. Non ho scoperto, insomma, né una perla né una ciofeca.

 

 

 

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