Di cosa parliamo quando parliamo di cibo (e vino)

Tutti noi mangiamo, e tutti noi parliamo di cibo – persino quando stiamo a tavola. Siamo italiani, del resto -.  Ma in pochi ne hanno saputo parlare come Anthony Bourdain e Phil Rosenthal.

 

NO RESERVATIONS: IL CIBO COME AVVENTURA

Anthony Bourdain in Anthony Bourdain: No Reservations (2005)
Mi è dispiaciuto per la scomparsa di diversi personaggi famosi, ma l’unico per il quale sento ancora un groppo in gola quando ci penso è Anthony Bourdain. Sarà che con il mio ragazzo ci siamo talmente appassionati al suo show No reservations (presente su Netflix) da considerare Bourdain uno di noi: seduti in un ristorante a volte ci chiediamo “Chissà cosa direbbe Bourdain di questo piatto?”, la puntata dello show in cui va a Cuba ci ha esaltati a tal punto che abbiamo deciso di andarci (qui il post sul viaggio), insomma, il modo in cui Bourdain sapeva raccontare il mondo, e non solo quello gastronomico, è entrato a far parte della nostra mitologia di coppia. Perché era brillantemente sarcastico, ruvido e disincantato, ma questo non vuol dire che trattava con sufficienza il cibo, anzi si approcciava sia a quello da strada che a quello stellato con devozione e curiosità; e inoltre riservava lo stesso trattamento alle persone che incontrava durante i suoi viaggi. In breve, Bourdain aveva un dono per lo storytelling, ed è stato uno dei primi chef a usarlo per spiegare a noi profani la scena culinaria… nonché i suoi retroscena.

Nel 2000, infatti, il nostro pubblicò il libro Kitchen Confidential, un vero e proprio fulmine a ciel sereno nel mondo della cucina, dato che descriveva con dovizia di particolari quello che ogni ristoratore sa bene e che ogni avventore non dovrebbe mai sapere: dunque, leggendo il libro, noi poveri sprovveduti abbiamo la chance di diventare un pelino più scafati nella frequentazione dei ristoranti. Forse penserete che acquisire tale conoscenza potrebbe rovinare la festa; ma come dice Bourdain stesso in Kitchen Confidential, la vita e il corpo sono un luna park, un’avventura. Ciò non vuol dire che secondo lui dobbiamo ingurgitare tutto quello che ci troviamo davanti e fregarcene totalmente, quanto fregarcene il giusto, alternando momenti coscienziosi a una sana spensieratezza. Mi sarebbe piaciuto che Bourdain facesse più sua questa lezione.

 

DATE DA MANGIARE A PHIL: IL CIBO COME RIFUGIO

Phil è quello a sinistra che mangia

L’attore e scrittore Phil Rosenthal, dal canto suo, è l’emblema della spensieratezza: è una di quelle persone a cui si addice perfettamente il termine “gigioneggiare”, azione che accompagna all’assaggiare varie prelibatezze in giro per il mondo nel suo show Date da mangiare a Phil (anch’esso presente su Netflix). Credo di aver sviluppato una dipendenza dalle espressioni che assume Phil quando mangia qualcosa di particolarmente buono: la sua gioia è palpabile, e si manifesta, come con Bourdain, sia davanti a dubbi baracchini per strada sia in locali rinomati. Questa è la democrazia che mi piace. Tuttavia la parte della puntata che preferisco fra tutte arriva alla fine, quando Phil chiama su Skype i propri genitori, che se possibile possiedono quell’ironia sardonica, quasi Woodyallenesca, ancora più del figlio. Ecco perché sopra ho scritto del cibo come rifugio, perché Phil viaggia per tutto il globo trovandosi a suo agio con ogni tipo di cibarie, ma alla fine torna sempre a casa… sebbene ami affermare che la cucina di sua madre sia alquanto temibile.

Gli show di cui ho parlato mostrano quindi due approcci differenti al campo gastronomico: Bourdain, essendo stato uno chef, parlava dei piatti in maniera più dettagliata, pur conservando sempre un modo di fare più grezzo e rock’n’roll. Phil è guidato principalmente dal suo amore per il cibo, ma starlo a guardare è altrettanto istruttivo perché è curioso e pronto ad assaggiare qualsiasi cosa. Phil siamo noi quando viaggiamo come turisti (perché non siete come quelle persone che all’estero mangiano solo cucina italiana o McDonald’s, vero?).

 

POST SCRIPTUM: DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI VINO

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Dato che ogni pasto che si rispetti dev’essere accompagnato da un buon vino, anche i due programmi culinari consigliati necessitano di una visione bevereccia accanto a loro, come Somm (indovinate? Sì, si trova su Netflix). Questo documentario mi ha lasciato a bocca aperta, perché non avevo idea che il percorso che mostra per diventare Master Sommelier fosse così tanto duro; è meglio l’esercito, guardate. Almeno lì non ti richiedono di memorizzare tutti i vigneti del mondo, o di bere un minuscolo sorso di vino per individuarne, appena un secondo dopo, la provenienza precisa. Non esiste vita sociale quando vuoi diventare Master Sommelier; ogni santo giorno i malcapitati protagonisti del documentario si svegliavano per poi studiare letteralmente dalla mattina alla notte, persino inoltrata. Somm, dunque, è da vedere anche per indulgere in quel nobile sentimento che ci ricorda che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi.

 

 

 

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