L’effetto Rachel Green

Tutti ti mettono in guardia dai pericoli dei film Disney. “Non funziona così nella vita vera, te la devi cavare da sola senza nessun principe azzurro che venga a salvarti!”. Ti mettono in guardia dagli effetti nefasti di certe commedie romantiche. “Non funziona così nella vita vera, te la devi cavare da sola senza nessun principe azzurro che venga a salvarti!”. Ti mettono in guardia persino dai porno. “Il sesso non funziona così nella vita vera!”.

E guardate che io sono d’accordo: queste convinzioni sono figlie di una matrice contemporanea e femminista che mi appartiene. Mi sta più che bene non essere salvata da principi azzurri e non dover sottostare a estenuanti sessioni amorose in posizioni che alla lunga sembrano alquanto scomode (senza parlare di quei porno che degradano il ruolo della donna, ma ne parleremo un’altra volta), non è questo il problema. Il punto è che c’è un altro messaggio subliminale e persistente da cui in pochi ti mettono in guardia e che è strisciato dai film e i libri fino a germogliare rigoglioso nella mia povera testolina, ossia che ognuno in fondo è speciale e talentuoso, anche se non lo sa… anzi, soprattutto se non lo sa! Più il mondo gli dice il contrario, più lo sventurato protagonista vedrà riconosciuti i suoi meriti semi-nascosti, alla fine della storia. Per comodità lo chiamo l’effetto Rachel Green.

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Sì, parlo della Rachel Green di Friends, quella interpretata da Jennifer Aniston. Le voglio bene ed è diventata il mio personaggio preferito a una seconda visione della serie TV, spodestando Monica dal trono; ma questo non significa che non sia arrabbiata con lei. Pensateci su: all’inizio di Friends Rachel è davvero messa male in arnese. Ha appena lasciato il suo promesso sposo all’altare, è viziata e inconcludente, finisce a fare la cameriera ma è un totale disastro. Eppure da un giorno all’altro, grazie a un incontro fortuito, quella gran culo di Rachel inizia a lavorare da Ralph Lauren dove intraprende una fulgida carriera basata sul suo occhio naturalmente visionario per la moda. E negli ultimi tempi ho visto questo meccanismo anche in molti altri film, come Non è romantico?, Come far perdere la testa al capo (di cui ho parlato anche qui), Gente que viene y bah, le cui trame mescolano sapientemente il genere rosa con percorsi di realizzazione personale della protagonista.

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Come far perdere la testa al capo

Perché adesso la strada per la felicità è ostacolata anche da un lavoro all’interno dell’ambito che la nostra eroina ha sempre agognato ma che non la soddisfa pienamente, vuoi perché il capo è uno stronzo, vuoi perché si trova in un’azienda obsoleta rispetto alla sua visione innovativa, vuoi perché è bloccata in un ruolo che non rende giustizia al suo potenziale che perciò rimane inespresso (potenziale enorme ma di cui lei non è pienamente conscia, a differenza del suo migliore amico/sorella che la sprona sempre). Ovviamente il film si conclude con la protagonista che, dopo varie peripezie, angosce e delusioni, a) si fidanza, b) grazie a un’idea che le è piovuta in testa per puro caso mentre si destreggiava tra gli affari di cuore ottiene un nuovo lavoro, nel quale manco a dirlo è finalmente apprezzata per il suo genio ormai visibile agli occhi di tutti (variazione sul tema: rimane nell’ufficio dove stava prima ma il suo capo stronzo è stato licenziato in quanto tale e lei prende il suo posto, dando l’avvio a un applaudito processo di rimodernamento).

È palese ormai che sempre più commedie romantiche, in ordine di sopravvivere, abbiano continuato sulla strada tracciata da Friends andando oltre i propri cliché amorosi, pur conservando la natura illusoria per la quale hanno raggiunto il successo: se prima infatti si concludevano con “e vissero tutti felici e contenti”, ora recitano “e vissero tutti felici e contenti e con un ottimo lavoro”. Prima non è che le protagoniste delle rom-com non avessero un lavoro, solo che era una sfera marginale della trama, un accessorio che non diventava parte delle barriere che dovevano superare per poter essere pienamente realizzate. Con tutta probabilità si è deciso che questo genere di film doveva essere al passo coi tempi e quindi accompagnare l’evoluzione della giovane donna millennial (che odio questa parola, ma ci scommetto le chiappe che in qualche ufficio losangelino hanno presentato così il panel dedicato a questo nuovo corso cinematografico), dando maggiore spazio alla sua autodeterminazione nel campo lavorativo; non è politicamente corretto né moderno dar vita a una protagonista femminile che per tutto il film cerca solo di coronare il proprio sogno d’amore.

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Julia Roberts ne Il matrimonio del mio migliore amico

Immagino quindi gli sceneggiatori dietro a queste storie darsi delle pacche sulle spalle e dirsi “uè ma come siamo verosimili e femministi”, beh NO NON LO SIETE. Avete solo costruito un altro oggetto di desiderio tanto facile da bramare quanto difficile da raggiungere nella vita reale, brutti idioti. Ci chiedono infatti di identificarci con la protagonista del film, suggerendo che ognuno di noi è un fiocco di neve speciale e talentuoso in una maniera assolutamente spontanea, e altrettanto spontaneamente ci verranno riconosciuti i meriti per questo. Peccato che si possa anche nascere con un talento incorporato, solo che nella stragrande maggioranza dei casi va assistito, e curato, e nutrito. Proprio come l’ispirazione; sì, è tanto romantico pensare di sedersi davanti al computer, che so, per poi scrivere dal nulla e in breve tempo il grande capolavoro del 21esimo secolo… ma la verità, temo, è che i capolavori richiedono anche grande fatica, e non solo una predisposizione naturale venata di genialità.

Però nei momenti difficili, quando penso di essere una povera scema incapace, allora mi trastullo sognando di essere anche io come le ragazze dei film descritti. Magari anche io ho del talento in procinto di sbocciare ma non ne sono ben consapevole, così come non lo sono gli altri che mi circondano, e che magari devo solo aspettare e avrò dei grandi riconoscimenti fortuiti, e poi arriverà anche Tom Cruise a dirmi “Stasera, per il nostro progetto, per la nostra società è stata una serata molto importante. Ma non era completa. Perché non potevo condividerla con te. Non sentivo la tua voce e non potevo ridere insieme a te. Mi manca mia moglie. Viviamo in un mondo cinico. E lavoriamo in un ambiente di persone fortemente competitive. Io ti amo. Tu, tu mi completi”.

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Tom Cruise in Jerry Maguire

Ah! Maledette commedie romantiche, i danni che ci avete fatto. Eppure starò sempre lì, pronta a vedermene una su Netflix col gelato davanti, come nei cliché più spudorati sul tema (e sempre capace di separare la realtà dalla fantasia e di incazzarmi con Rachel Green pur vedendola come somma arbiter elegantiae, ça va? E poi Tom Cruise nemmeno mi piace, è un fanatico di Scientology).

 

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