Unbelievable e il ruolo della vittima

A volte per parlare di un prodotto cinematografico o televisivo i soliti parametri di giudizio risultano insufficienti. Prendiamo Unbelievable, miniserie crime recentemente uscita su Netflix: di primo acchito, se la dovessi consigliare a qualcuno, mi verrebbe da dirgli “Guardala, è una gran bella serie”. Ma in qualche modo non è abbastanza, o forse risulta un parere falsato. Perché nonostante si tratti di una serie oggettivamente ben fatta (ottima scrittura, ritmi serrati), presenta una trama che rende difficile la visione.

Unbelievable si basa infatti su un fatto di cronaca realmente accaduto e poi riportato all’interno del libro A False Report. “False” perché la prima vittima del crimine preso in considerazione, ossia una serie di stupri avvenuti negli stati di Washington e Colorado, non venne ritenuta credibile dai poliziotti deputati al caso, che anzi la indussero a dichiarare di essersi inventata tutto. Di fatto la serie inizia proprio da questa parte, mostrandoci come il personaggio di Marie (interpretata nella serie da Kaitlyin Dever) debba affrontare il trauma di essere stata violentata, oltre a quello di non essere creduta. In seguito la trama si scinde e fa un salto temporale in avanti, concentrandosi sul lavoro di due detective, le quali si accorgono che i casi di stupro su cui stanno indagando separatamente sono in realtà commessi dalla stessa persona. Questa doppia anima di Unbelievable si ritrova in tanti particolari, e dà a volte l’idea di guardare due serie separate, quando in realtà anche le parti scisse sono facce della stessa medaglia.

Unbelievable 2

Perché la miniserie non intende solo essere un buon thriller, ma vuole portare avanti anche un discorso complesso e complessivo sulla violenza di genere. E persino le divagazioni, le apparenti devianze dal percorso principale, risultano in realtà funzionali a questo discorso.

[DA QUI SPOILER]

Per esempio le due detective Grace Rasmussen e Karen Duvall, interpretate rispettivamente da Toni Collette e Merritt Wever (che coppia, ragazzi) si concentrano ad un certo punto della loro indagine su una pista che si rivela un vicolo cieco. Perché il loro sospettato è così abile a non lasciare tracce di DNA o altre prove da far credere che sia un esperto in materia; in breve, potrebbe essere un poliziotto. In qualsiasi altra serie crime, quando per tante puntate ci si concentra così tanto su una pista papabile alla risoluzione del caso, di solito è quella giusta. La difficoltà risiede solo nel raggiungimento della risoluzione. In Unbelievable, invece, quella pista si rivela un abbaglio enorme. Così enorme da confonderti e chiederti come mai la trama abbia divagato così tanto. Era solo per mettere un colpo di scena inaspettato? Io non credo. Quando le detective iniziano a indagare sempre più a fondo sulla pista del poliziotto portano alla luce una verità altrettanto agghiacciante, anche se ai livelli della trama non trova applicazione. Infatti, statistiche alla mano, scoprono che un gran numero dei loro colleghi poliziotti ha commesso atti di violenza domestica nei confronti delle proprie compagne. E molti di questi poliziotti hanno continuato a lavorare pur essendo stati denunciati.

Unbelievable 3

Unbelievable, dunque, non vuole denunciare solo un “tipo” di violenza nei confronti delle donne, bensì tutte le violenze. Anche quelle non fisiche, più labili ma altrettanto schiaccianti. E qui ritorniamo ai due andamenti della trama visti sopra, che consistono nella storia di Marie e nella storia della caccia al colpevole. Sembrano trame staccate, dato che si interpongono davvero solo alla fine, eppure entrambe concorrono a uno scopo comune, ovvero mostrare più sfaccettature di una stessa dinamica: andare al di là del ruolo della vittima a cui ci hanno abituato i media. O le persone in generale.

C’è quest’idea, infatti, per la quale la vittima di uno stupro, di una molestia, di violenza domestica, è davvero tale quando risulta una sorta di angelo. Se si discosta anche poco da questa narrazione, allora arriva il sospetto che in fondo se l’è meritato. C’era un film con Jodie Foster di nome Sotto accusa, in cui lei veniva violentata da due uomini, ma la comunità non le credeva perché veniva considerata in generale una poco di buono. Si tratta un po’ della stessa cosa che accade a Marie di Unbelievable: i poliziotti che ne seguono il caso arrivano a non crederle perché viene detto loro che Marie è una ragazza in cerca di attenzioni, che ama farsi notare a causa di un’infanzia durissima. La persona che insinua questi dubbi nella mente dei poliziotti è la madre in affido di Marie, e arriva a ritenerla lei stessa poco credibile perché non l’ha vista reagire in una maniera che si confà all’idea che abbiamo delle vittime. I giorni dopo l’assalto subito Marie sembrava infatti quasi alienata, infantile, in certi momenti faceva finta che nulla fosse successo. Ma questo, come vedremo, non indica che abbia mentito: indica solo che Marie ha semplicemente reagito a suo modo, mettendo in atto una protezione dal trauma che aveva subito. 

Unbelievable 4

Anche le altre vittime rappresentate in Unbelievable hanno tutte reazioni differenti. C’è chi ricorda la violenza in ogni dettaglio, chi l’ha rimossa del tutto, chi ne ricorda solo alcune parti. Sono tutte diverse, ma tutte hanno sofferto la stessa esperienza. E ancora vediamo chi reagisce in maniera battagliera, chi si chiude nel silenzio, chi cerca uno stordimento nel sesso con sconosciuti. E tutto questo non rende nessuna di loro meno meritevole di giustizia. Perché l’idea che ci dobbiamo togliere dalla testa è quella di “vittima ideale“. Non esiste una trasfigurazione della persona che ha subito un trauma, o un modus operandi che la identifica come vittima. Quello lasciamolo a chi li commette, i crimini. 

Mi viene anche in mente che a volte si fatica a pensare che una persona depressa sia realmente tale, magari perché durante la giornata compie tutte le azioni degli altri. Sembra a volte che nell’immaginario collettivo il depresso debba stare tutto il giorno a letto con le tapparelle abbassate senza parlare con nessuno (e ci sono quei giorni, eh, ma non sono l’unica realtà). Il depresso può compiere tutte le azioni degli altri, ma lo fa in una sorta di annebbiamento che gli costa una doppia fatica rispetto a chi lo circonda. Come gli alcolizzati cosiddetti “funzionali”, che navigano nella giornata che li attende nascondendo la loro dipendenza ma cedendole continuamente. Così anche le vittime di cui sopra vanno avanti con le loro vite, e reagiscono ognuna a proprio modo, e questo le rende persone funzionali. Ma non vuol dire che se non leggi la loro sofferenza in ogni gesto che fanno, allora siano meno vittime. E Unbelievable ce lo ricorda continuamente.

 

 

 

 

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